giovedì 19 febbraio 2015

International Fanworks Day 2015 e una fic tributo

Ringraziamo tutti quelli che hanno partecipato lo scorso 15 febbraio 2015 alla prima Giornata Internazionale del Fanwork, scrivendo una drabble (massimo 100 parole) che celebrasse anche i nostri primi 10 anni insieme. The Young Riders Italia è stato fondato nel 2005 e dieci anni dopo siamo ancora qui, unico Pbem attivo in Italia, forse anche l'unico gioco di ruolo western tanto longevo. Per ringraziare tutti i partecipanti, organizzeremo una serie di piccole iniziative, "chicche" per i fan e gli iscritti, che ci accompagneranno fino al prossimo raduno celebrativo che avrà luogo quest'estate (le date sono ancora top secret).

Pubblichiamo qui sotto integralmente i drabble scritti per l'occasione e una breve fanfiction molto carina creata dal nostro Black Jack e ispirata da un evento giocato qualche anno fa.

Buona lettura!

Scrat78

Hopeless

Elise was late and he was waiting for her, beating nervously his fingers on the table.
She took a deep breath and slowly approached the table trying to stop herself from thinking how much she hated him. She was forced to leave her family, live with a monster and bear his hideous manners; because of him she had learned to lie, cheat and betray people and she couldn’t rise up against him or try to escape. Her life was a complete failure; she hoped one day things will change but for the moment she couldn’t see any light.

Pubblicata anche qui: Hopeless - AO3


A special night

I wish this moment would last forever.
For the first time we are dancing like a real couple and I feel like in heaven, I couldn’t be happier. The room is full of people but as long as I stare at his eyes everyone ceases to exist and it’s the most beautiful feeling I’ve ever had.
His eyes are telling me he feels the same and my heart skips a beat.
Tomorrow I’ll be “Lou” again and I don’t’ know if I’ll have another chance like this but I’ll carry this night in my heart forever.

Pubblicata anche qui: A special night - AO3


Lalaith Paola

Miracolo

Ike socchiuse lentamente gli occhi, esausto, come se riemergesse da acque profonde. Aveva la testa ovattata e un dolore lancinante che gli attraversava il petto. L’ultima cosa che ricordava erano le voci disperate della sua famiglia che gli dicevano di tener duro.
Aveva cercato di resistere, ma il dolore era troppo forte e alla fine si era lasciato andare.
Aveva creduto che la sua ora fosse giunta, e invece…cosa era successo?
Davanti ai suoi occhi apparve il volto di Buck. Era rigato di lacrime secche,stanco, ma sorrideva.
“Bentornato, fratello.”

Pubblicata anche qui: Miracolo - AO3


Riflessioni

Scuoto la testa, Kid è un caso disperato; la stazione si scorge appena e la sua faccia già rischia di spaccarsi in due per un sorriso che non sembra capace di controllare.
La corsa è stata lunga e faticosa, ed entrambi non vediamo l’ora di tornare a casa; ma certo Kid ha un motivo in più per essere ansioso di arrivare: Lou. La loro relazione non è semplice affatto; ma pagherei oro per aver quello che hanno loro; quel legame speciale che anche lui pensava di aver trovato, e che invece gli è scivolato via come polvere tra le dita.

Pubblicata anche qui: Riflessioni - AO3




Gil81


Aftermath

“Andrew?”
In the darkness, the half-sleeping man tried to focus on her, all ruffled hair and troubled eyes. “Mmmh?”
Jill. The one. His wife. Jesus.
“Will they ever forgive me?”
Jimmy might be dead by dawn. Teaspoon was badly wounded. Cody hated her. Kid and Lou couldn’t even look at her. She sighed, guilt gnawing at her guts.
“You’ll have to forgive yourself, first” he murmured, softly. No wedding day smiles, no walk down the aisle, no flowers … but still… his wife. And he was going to protect her until his last breath. Even from her own nightmares. Especially from them.

Pubblicata anche qui: Aftermath


Conseguenze

“Andrew?”
Nell’oscurità, l’uomo semi-addormentato cercò di metterla a fuoco, un groviglio di capelli arruffati e occhi preoccupati. “Mmmh?”
Jill. La donna della sua vita. Sua moglie. Gesù.
“Credi che potranno mai perdonarmi?”
Jimmy avrebbe potuto essere morto prima dell’alba. Teaspoon era gravemente ferito. Cody la odiava. Kid e Lou non riuscivano nemmeno a guardarla negli occhi. Sospirò, sentendosi schiacciata dai sensi di colpa.
“Prima dovresti perdonare te stessa” mormorò lui, piano. Non c’erano stati sorrisi nel giorno del loro matrimonio. Nessuna passeggiata lungo la navata della Chiesa. Niente fiori… eppure… aveva una moglie. E l’avrebbe protetta fino all’ultimo respiro. Anche dai suoi stessi incubi. Soprattutto da quelli.

Pubblicata anche qui: Conseguenze - AO3




Black Jack

Sweetwater



“Merde!”



L’imprecazione gli era sfuggita dalle labbra serrate all’ennesimo sobbalzo della diligenza, fortunatamente pronunciata in francese invece che in inglese ed aveva ottenuto solo un’occhiata nemmeno troppo incuriosita dalla attempata signora che sedeva di fronte a lui, a cui Jack rivolse un sorriso che avrebbe potuto essere di scuse, di complicità, di condiscendenza, ma anche senza alcun significato, e che ebbe come conseguenza un’occhiataccia di disapprovazione.

Jack era stanco di quel viaggio, stanco dei sobbalzi sui sedili duri e scomodi che gli avevano martoriato le natiche, stanco della puzza di sudore che proveniva dal grasso rappresentante di Saint Louis che sedeva al suo fianco, appestando l’abitacolo; stanco delle occhiate della signora sessantenne che sembrava riuscire a parlare solo con gli occhi ed a pronunciare con quelli lunghe prediche di disapprovazione, mentre l’altro maleodorante occupante della diligenza sembrava invece incapace di tacere per più del tempo necessario ad ingollare una sorsata dalla fiaschetta che teneva in mano e che anche in quel momento stava raccontando qualche improbabile avventura commerciale; stanco della polvere che entrava dai finestrini lasciati aperti nell’inutile tentativo di fare entrare un po’ d’aria fresca e con l’unico risultato invece di far respirare a tutti polvere e sabbia; stanco del caldo assurdo che gli faceva ruscellare il sudore lungo la schiena e il collo e gli incollava alla pelle la camicia che portava sotto lo sbottonato panciotto di lana, col colletto slacciato e con le maniche rimboccate fino a metà avanbraccio; stanco del sudore che gli faceva prudere la pelle sotto la barba inzuppata. Insomma, Jack era stanco di tutto e di tutti e sognava solo una birra gelata ed un bagno per ripulirsi… Erano giorni che viaggiava su quel trabiccolo e rimpiangeva di non aver scelto il cavallo, come mezzo di locomozione, nonostante le lunghe cavalcate gli facessero dolere la gamba sinistra, che era rimasta lesa ben oltre dieci anni prima, ma che come una spasimante insistente sembrava sempre bisognosa di rammentare la sua presenza.


Grugnì qualcosa tipo “incredibile” al grassone al suo fianco perché aveva sentito una variazione nel ritmo della marea di parole che gli riversava addosso ed aveva in intuito che l’altro si attendeva qualche suo commento: infatti il rappresentante annuì con la testa mezza calva e lucida di sudore e riprese a vomitare parole.

No, per Dio, era davvero stanco! Stava già per alzarsi e chiedere al postiglione ed al conducente di fargli spazio sul tetto del veicolo per permettergli di respirare un poco e di sostituire agli sputi del rappresentante ed alle occhiatacce della signora un po’ d’aria sul volto, quando scorse alcune abitazioni sfrecciare nei finestrini, quasi subito seguite dall’urlo del conducente che frenava i cavalli tirando con forza a sé le briglie ed al rallentamento della diligenza. Forse erano finalmente arrivati da qualche parte che non fosse la prateria sterminata ed immutabile, un luogo dove potersi lavare e dissetare e fermarsi qualche giorno finché i lividi sulle natiche non fossero divenuti meno fastidiosi e gli avessero permesso di riprendere il viaggio senza meta che stava svolgendo. Si alzò ed aprì lo sportello prima ancora che il veicolo fosse del tutto fermo, lasciando vagare lo sguardo del colore della polvere che gli ricopriva il volto e la barba sul pugno di case che facevano da corona alla strada polverosa, e rimase così, con un piede sul predellino ed uno dentro, la sinistra serrata al montante della porta per sorreggersi e non cadere a terra, lo sguardo attento che saettava attorno e la destra inconsciamente posata sulla cintura accanto al calcio del revolver.

Non appena il veicolo si arrestò, saltò giù a terra.

Jack aveva appena messo piede a terra che a momenti cadeva lungo e disteso per via delle gambe anchilosate e della strana sensazione di avere nuovamente qualcosa di fermo sotto di sé, invece del traballante ed ondeggiante pavimento della vettura. La stessa cosa capitava ai marinai quando mettevano piede a terra dopo molto tempo trascorso in mare, gli raccontava suo padre quand’era ancora un ragazzino. Un sorriso emerse da sotto alla barba folta mentre s’immaginava la scena: il suo arrivo in questa cittadina polverosa che iniziava subito con un bel capitombolo! Almeno fosse stato sbronzo, ma purtroppo non toccava un goccio di alcool da quasi due giorni e si sentiva la gola secca come l’ascella di un avvoltoio! Beh, non che fossero proprio due giorni… era dalla sera precedente, quindi da ieri… Quindi uno ieri più uno oggi… Sì, erano due giorni, in un certo senso!

Afferrandosi con la sinistra allo sportello per riprendere l’equilibrio, osservò per alcuni istanti le case affacciate sulla main street, che gli parvero simili a tutte quelle dei cento altri paesi che aveva sinora attraversato nel suo viaggio verso Ovest e totalmente prive d’interesse tranne una su cui forse, a ben vedere, campeggiava l’insegna di un saloon… Il sorriso si fece più accentuato sotto la barba, facendo rapidamente emergere i denti ed irradiandosi fino agli occhi, attorno a cui si formò una fitta rete di rughe: occhi grigi come la polvere che la diligenza aveva sollevato in una nuvola ampia e che si stava deponendo al suolo e sulla pelle sudata di Jack e sui suoi vestiti fradici, ora che i cavalli e le ruote si erano fermati.

Forse avrebbe trovato una birra fresca e schiumosa e magari anche un bel bagno, per lavarsi la polvere dalla gola e dal corpo, in quel paese di cui ignorava anche il nome, e stava già pregustando nella mente gli infiniti piaceri che potevano dare ad un uomo accaldato i liquidi, quando lo sguardo distratto passò dal potenziale saloon ad un uomo alto e spavaldo, appoggiato con fare fintamente disinteressato ad un palo, con una tazza fumante in mano ed il calcio di un revolver in bell’evidenza che spuntava dalla fondina portata bassa sulla coscia e Jack si fece attento, lo sguardo stretto e affilato come una lama, per rilassarsi un poco solo quando un raggio di sole non trasse un riflesso dalla lucida stella che l’uomo portava appuntata sul petto.

Un po’ a disagio voltò le spalle allo sceriffo o mashall o quello che era e si sporse verso l’interno per prendere una doppietta che aveva tenuto accanto a sé per tutto il viaggio ed il cappello nero che si infilò velocemente sul capo. Quindi portò due dita della destra alla visiera dello stesso, salutando con voce bassa e calma, ma perfettamente udibile anche a distanza, i suoi due compagni di viaggio, la donna dallo sguardo truce ed il puzzolente rappresentante “Madam, Mister, questa è la mia fermata, spero che non sia anche la vostra!”. L’accento era marcatamente dell’est, si sarebbe detto del Massachusset o del Maine.

Ciò detto fece un passo o due indietro e a voce più alta si rivolse al postiglione “Ehy Bill, tirami la mia roba, per favore. A cominciare dalla sacca di cuoio marrone, poi la borsa di tela”. Teneva la doppietta sotto il braccio sinistro, incastrata nell’incavo del gomito, le cane rivolte verso il suolo polveroso e due dita stavano già frugando nel taschino di sinistra del panciotto alla ricerca di qualche spicciolo da lanciare come mancia al postiglione ed al conducente.

Jack afferrò al volo con la destra prima una sacca da medico in cuoio, dalla superficie segnata da molti graffi ed abrasioni, ad indicare che l'aveva seguito per molti sentieri e per molti anni, così come i sentieri della vita intessono fitte ragnatele di rughe sul cuoio che ricopre il volto degli uomini, simili ai solchi lasciati dai carri che solcano la prateria che gli aveva gettato il postiglione, poi, depostala al suolo, afferrò con la stessa mano la borsa di tela, arretrando di mezzo passo quando la ricevette, come se fosse piuttosto pesante. Quindi con un veloce movimento della sinistra lanciò un paio di monete ai due sul tetto della diligenza, che le acchiapparono al volo e le fecero sparire velocemente lanciandogli qualche parola di ringraziamento a cui rispose solamente con un sorriso che probabilmente rimase nascosto della barba folta.

Afferrò quindi la sacca da medico con la sinistra, nell'incavo del cui gomito continuava a reggere la doppietta, afferrò la borsa di tela con la destra e si diresse a passi decisi, ma tranquilli, verso lo scheriffo appoggiato al pilastro del portico, facendo la massima attenzione a tenere la doppietta mollemente adagiata nel braccio e le dita ben lontane dal grilletto del fucile e la mano destra ben serrata sui manici della borsa e altrettanto ben distanti dal calcio del revolver infilato nella fondina legata alla coscia destra. Giunto a qualche passo dall'uomo alzò di qualche pollice il capo in segno di saluto e gli si rivolse con voce bassa e profonda, calma e pacata, con un forte accento dell'Est Coast, sorridendo all'altro con un volto aperto ed amichevole anche se emergeva una certa qual aria d'indifferenza dagli occhi grigi, continuando ad avanzare verso l'uomo o, forse, verso l'ombra del portico che appariva invitante come un'oasi nel deserto dopo il caldo soffocante della diligenza e il bacio feroce del sole nell'ampia main street.

"Salve, non voglio disturbarla mentre si gode il caffè... o il the... o quello che è, ma immagino che lei abbia quella stella appuntata sul petto perchè è lo sceriffo o il marshall di questo paese e non perchè le piace tenerla appuntata come spilla per vederla luccicare al sole... Se è così, mi dica, è ammesso circolare armati in quest'abitato o devo depositare le mie armi da fuoco presso il suo ufficio? Meglio non attirarmi guai addosso come mosche sul miele solo per ignoranza, dato che in genere me ne arrivano già troppi addosso da soli per i fatti loro! Inoltre, mi saprebbe dire dove posso trovare un alloggio decente per qualche giorno, meglio se con una buona cantina ben fornita? Ovviamente per sdebitarmi la inviterei a bere un bicchiere con me..."

E così cominciò la permanenza di Jack a Sweetwater, un paese che contiene acqua nel nome, ma ottimo whisky nel suo saloon!

mercoledì 11 febbraio 2015

Partecipazione alla Giornata Internazionale dei Fanwork

Il gruppo The Young Riders Italia parteciperà al challenge istituito per celebrare la Giornata Internazionale del Fanwork, il 15 febbraio 2015 (http://archiveofourown.org/admin_posts/2237). I drabble (brevi storie da 100 parole) saranno pubblicati durante la giornata del 15 sul sito Archive of Our Own, linkati sul nostro sito ufficiale (www.tyritalia.com), segnalati su Facebook e ripubblicati per intero sul nostro blog ufficiale News From the West(http://newswest.blogspot.it/).
Per poter partecipare inserendo il nostro tag i drabble dovranno essere esclusivamente relativi ad eventi giocati nel gruppo. E' possibile utilizzare qualunque lingua, tuttavia quelle di nostra preferenza al momento sono l'italiano e l'inglese. La partecipazione alla Giornata Internazionale del Fanwork è solo una delle iniziative con le quali TyR Italia festeggia i primi 10 anni di attività.

Per qualunque informazione, è possibile contattare la gestione tramite gli indirizzi segnalati sul sito ufficiale.

lunedì 20 ottobre 2014

Lucca Comics & Games 2014 - Concorso TYR!


Nelle giornate del 31 ottobre e 1 novembre 2014 il gruppo The Young Riders Italia sarà presente al Lucca Comics & Games 2014. I nostri ragazzi saranno riconoscibili (se non dal cappello da cowboy) dalle spillette distribuite allo scorso raduno, appuntate sul bavero della giacca. Se doveste trovarne uno, fate una foto e reclamate sul posto un nostro gadget in omaggio!
Ci vediamo al Lucca Comics!
Ride Safe!!!

lunedì 18 novembre 2013

Diario di viaggio: Gli Old Tucson Studios (AZ) dove hanno girato TyR!




201 South Kinney Road.
Avevo imparato l’indirizzo a memoria ancora prima di partire dall’Italia per paura di darne uno sbagliato al tassista. Vedere gli Studios era un mio sogno da tanto tempo e non volevo rischiare di finire chissà dove rovinando la giornata.
La paura di sbagliare strada si è rivelata completamente infondata poiché è stato sufficiente pronunciare “Old Tucson Studios” per far si che il tassista partisse sicuro verso la nostra meta.

Gli Studios si trovavano a soli 10 minuti dal nostro albergo ma nonostante ciò siamo partiti con largo anticipo per evitare di arrivare “tardi” rispetto all’orario di apertura. Anche in questo caso la paura era totalmente ingiustificata poiché nonostante Tucson sia una cittadina più grande di quello che pensavamo, le strade sono larghe, di facile percorrenza e soprattutto prive del traffico a cui siamo abituati nelle nostre città.

La grande strada a scorrimento ha lasciato quasi subito il posto ad una più stretta che si inerpica fra le colline, dove non c’è quasi nulla eccetto qualche casa isolata e un’infinità di cactus. Una volta raggiunta la vetta della collina, prima ancora di iniziare la discesa sull’altro versante, ci siamo trovati davanti ad una vista meravigliosa della vallata e finalmente in fondo, ai piedi della collina stessa, gli Studios.
Dall’alto il perimetro ci è sembrato a prima vista un po’ piccolo, avevamo visitato solo un paio di giorni prima gli Universal di Los Angeles e forse ci aspettavamo qualcosa di più grande, ma pensandoci bene ci siamo resi conto che gli Studios in realtà non sono confinati all’interno di un piccolo recinto ma si trovavano proprio lì davanti ai nostri occhi: una prateria che si estende a perdita d’occhio da ogni parte, che è stata ed è anche oggi il set di un’infinità di scene di film e telefilm e dove, con un po’ di fantasia, è possibile immaginare i “nostri” corrieri che galoppano veloci in sella ai loro cavalli. 





Una volta arrivati all’ingresso ho lasciato i miei compagni di avventura in coda (per fortuna molto corta) alla biglietteria mentre io ho iniziato a scattare foto ovunque suscitando la curiosità di una ragazza/attrice che impersonava una ballerina del saloon e aveva il compito di intrattenere le persone in fila. Probabilmente ero l’unica ad avere l’aspetto della turista, forse perché la mia era l’unica macchina fotografica che lavorava senza sosta, così la ragazza ha smesso di interessarsi agli altri e si è avvicinata a me chiedendo se quella fosse la prima volta che visitavo l’Arizona e da dove venissi. Abbiamo iniziato a chiacchierare ma purtroppo la conversazione non è durata molto perché i biglietti d’ingresso erano stati fatti ed io non vedevo l’ora di entrare, non potevo perdere altro tempo.

Mi sono letteralmente catapultata attraverso l’ingresso e dopo le prime foto di Main Street ho iniziato ad entrare in tutte le costruzioni presenti lì intorno: l’ufficio del telegrafo, l’ufficio postale, la scuola e un altro edificio dove è stato allestito un piccolo museo con armi d’epoca, vestiti utilizzati in alcuni film tra cui quelli originali della Casa nella Prateria e, finalmente, un quadretto (purtroppo molto piccolo) con le foto dei corrieri di Sweetwater. Una piccola delusione, speravo di trovare qualcosa in più, tra l’altro non è stato nemmeno possibile scattare una foto decente perché il quadro si trovava in un angolino buio con un faro puntato sopra. Gli altri mi venivano dietro con aria pensierosa, sicuri che al termine della giornata sarebbero stati distrutti per aver corso da una parte all’altra senza sosta.
Dopo aver fotografato tutto quello che era fotografabile tra cui, appesi su una vecchia bacheca, manifesti di fuorilegge con relative taglie, e (giusto per rimanere in tema con il gioco) dei fondatori della famosa agenzia Pinkerton, ci siamo diretti verso il Saloon dove di lì a poco sarebbe iniziato uno spettacolo di intrattenimento. 



Lo show è durato circa venti minuti durante i quali quattro ragazze (tra cui quella che si trovava all’ingresso poco prima) hanno ballato e intrattenuto i visitatori/clienti con un sottofondo musicale tipicamente western. 




Finito lo show del Saloon abbiamo continuato il nostro tour degli Studios, siamo passati attraverso i binari della ferrovia, davanti alla vecchia missione (non visitabile in quanto era stata allestita per il set di un film in corso), fino ad arrivare alla Chiesa e al Cimitero, che si trovano più lontano rispetto alle altre costruzioni, leggermente più isolati. 




Abbiamo notato che tutti gli Studios sono stati ricostruiti con molta cura, sembra davvero di trovarsi all’interno di una scena di un film. La zona di Main Street sembra nuova, appena costruita mentre nella parte più lontana ci sono costruzioni vecchie quasi in rovina utilizzate (almeno così ci è stato detto) per girare scene ambientate in città fantasma.
L’unica nota negativa riguarda le zone allestite a tema per Halloween ma per fortuna zucche e fantasmi, che non hanno nulla a che fare con il genere western, erano stati confinati solamente negli angoli più nascosti e non hanno rovinato più di tanto l’ambientazione. 




Percorrendo la strada del ritorno ci siamo fermati presso il piccolo ufficio dello sceriffo, che prima ci ha fatto visitare una vecchia Miniera di carbone e poi ci ha chiuso in cella con l’accusa di furto.
Fortunatamente siamo stati rilasciati quasi subito, dopo essere stati avvisati di guardarci le spalle perché in città girava un pericoloso pistolero. Lo sceriffo aveva ragione, infatti ci siamo quasi subito trovati nel bel mezzo di una sparatoria: si trattava della ricostruzione della morte di James Levy, un irlandese giunto in America come immigrato che aveva deciso di abbandonare il lavoro di minatore per dedicarsi al gioco d’azzardo ed era stato ucciso in un’imboscata proprio a Tucson. 




La mattinata era ormai finita, così ci siamo concessi una veloce pausa pranzo alla locanda dei Pony Express, dove abbiamo trovato l’annuncio di lavoro per il reclutamento di nuovi corrieri, per poi
rituffarci nelle polverose stradine della città, sotto il sole cocente, per altre foto e un’altra ricostruzione.
Questa volta è stato il turno del Ranger Harry Wheeler, coinvolto in una sparatoria in un Saloon di Tucson. 



Nonostante avessimo camminato praticamente tutto il giorno non ne avevamo ancora abbastanza così abbiamo approfittato del tour guidato degli Studios per ascoltarne la storia. Alla fine della visita la guida/sceriffo, ha iniziato a raccontare degli aneddoti particolari su alcuni film che sono stati realizzati a Tucson nel corso degli anni ed io aspettavo con impazienza qualcosa su TyR, ma l’unico accenno è stata la semplice frase “anche The Young Riders è stato girato qui”. In realtà, ma questo l’ho trovato in internet perché lì non l’hanno detto, il telefilm non è stato realizzato interamente a Tucson, la stazione dei Pony Express e tutta Sweetwater ad esempio erano stata ricostruite appositamente a Mescal, un’altra località molto più isolata, anzi praticamente in mezzo al nulla, a circa 30 miglia di distanza (avevo scoperto che è possibile visitare anche Mescal ma questa volta non abbiamo avuto tempo perché siamo partiti la mattina successiva molto presto).

Finito il tour siamo tornati al Saloon per il secondo spettacolo in programma: questa volta le ragazze hanno cantato delle canzoni utilizzate come colonne sonore dei film più famosi. Il risultato complessivo non è stato malvagio ma sarebbe stato sicuramente migliore se avessero evitato di far cantare Bon Jovi ad una donna. Ascoltare Blaze of Glory, colonna sonora di Young Guns II, quasi sussurrata da una voce femminile, per quanto bella, fa veramente venire la pelle d’oca (e non per l’emozione).

Purtroppo la giornata è passata troppo velocemente siamo arrivati all’orario di chiusura senza quasi rendercene conto e così siamo stati costretti a percorrere per l’ultima volta, tristemente, Main Street e a lasciare la città salutando con dispiacere tutti gli abitanti.

L’esperienza è stata più che positiva, sicuramente da ripetere in futuro, magari con tutto il gruppo TyR al completo! Sarebbe il massimo se riuscissimo ad organizzare un raduno a Tucson e scattare le foto davanti ad una bella torta all’interno del saloon.
Chissà…..mai dire mai… per ora mi limiterò a guardare le foto e i filmati che abbiamo fatto e immaginare con nostalgia di trovarmi ancora agli Old Tucson Studios….. where the spirit of the old west comes alive!

Ecco anche un link a un video con le foto più belle del viaggio:

by Susanna

mercoledì 27 marzo 2013

I revolver nel Vecchio West



L’invenzione del sistema a percussione dischiuse le porte alla progettazione delle armi a più colpi: il sistema a pietra focaia era stato troppo difficile da adattare ad armi che sparassero più di due o tre colpi: erano stata prodotte alcune armi a ripetizione a pietra focaia, ma erano troppo costose, ingombranti e non molto affidabili. 

Il responsabile dei più importanti progressi fu un americano del Connecticut il cui nome è diventato sinonimo di rivoltella: Samuel Colt (1814-1862). Sebbene non abbia inventato il revolver, arma nota già fin dal XVI secolo, Colt ne rivoluzionò il progetto e, cosa ancora più importante, introdusse un sistema per produrlo in serie. Realizzò una pistola dotata di un tamburo nel quale erano ricavate cinque o sei camere, ognuna col suo tubicino o luminello per tenere in posizione la capsula a percussione. Armando il cane si azionava un semplice ed affidabile sistema che faceva ruotare il cilindro e allineava una camera carica con la canna dell’arma e col percussore: premendo il grilletto il cane cadeva in avanti e colpiva la capsula sparando il primo colpo. Ripetendo l’operazione si sparavano gli altri colpi fino a svuotare completamente il tamburo. La prima apparizione di colt nel mondo delle armi non ebbe gran successo, ma brevettò il suo sistema e rimase con perseveranza nel settore fino al 1848 quando, in seguito alla pubblicità ottenuta durante la guerra contro il Messico,  introdusse la rivoltella pesante Dragoon a sei colpi, cal. .44”, con incisa la scena di un combattimento tra Texas Rangers e pellerossa sul tamburo, che ebbe un discreto successo, tanto da essere mantenuta in produzione fino al 1861. Sempre nel 1848 intraprese la costruzione della piccola rivoltella Pocket che sparava una palla cal. 31”, recava incisa la scena di una rapina alla diligenza sul tamburo e che, con qualche piccola modifica apportata nel 1849, rimase in produzione fino al 1873 quando l’introduzione massiccia delle armi a bossolo metallico fece scomparire quelle a luminello. Già nel 1847 era iniziata la produzione della Baby Dragoon in cal. .31” a cinque colpi, che recava sul tamburo l’incisione parziale della scena riprodotta sulla sorella maggiore e venne prodotta in oltre 15.500 esemplari fino al 1850.


Nel 1851 venne introdotta sul mercato la rivoltella Belt, più nota come Navy, a sei colpi cal. .36”, con incisa una scena di battaglia navale sul tamburo e che fu costruita fino al 1873: era il modello preferito dello stesso Colt e, precisa, elegante ed affidabile, venne costruita in circa 250.000 esemplari.
Proprio nel 1851 venne organizzata nell’Hyde Park di Londra l’Esposizione Universale del Commercio e dell’Industria e colt decise di parteciparvi ed esporre i suoi modelli: grazie alla pubblicità ed a regali a personaggi noti ed alla capacità commerciale dello stesso Colt il suo prodotto ebbe un fortissimo impatto sul mercato britannico, disturbando i produttori locali, che vennero ancor più disturbati dalla costruzione di uno stabilimento produttivo Colt a Pimlico, nei pressi di Londra.
Per tutte le armi citate, le canne erano prodotte in diverse lunghezze e riportavano incise varie indicazioni, tra cui l’indirizzo della fabbrica di costruzione (e ciò ci permette di distinguere le armi prodotte negli Usa da quelle inglesi).
Nel 1856 iniziò la produzione della rivoltella New Model Pocket con cane laterale, ma nel 1861 tornò al vecchio sistema del cane centrale, con un modello derivato dalla Navy e nello stesso cal. .36”.
Nel 1860 apparve un’arma di maggiori dimensioni e calibro, nota come Holster o New Model Army 1860, cal. .44” le cui linee vennero interamente riprese per la rivoltella New Model Navy 1861, cal. .36” e per la Police Model. Il mod. 1860 fu l’arma corta più diffusa durante la Guerra di Secessione e l’Unione ne acquistò oltre 127.000 esemplari.


La fabbrica Colt di Pimlico non durò a lungo, ma, stimolati dal successo di Colt, molti produttori britannici iniziarono a prendere in considerazione il mercato delle rivoltelle. Uno dei principali costruttori fu Robert Adams che iniziò ben presto a produrre un’arma a tamburo a percussione di grosso calibro. Il progetto di Adams differiva da quelli di Colt sotto molti aspetti, ma la differenza principale consisteva nel sistema di sparo: le Colt erano tutte a singola azione: per sparare il cane doveva essere armato a mano, tirandolo indietro solitamente col pollice; al primo scatto, a metà corsa, il cilindro ruotava per la ricarica e una volta che l’arma era pronta il cane veniva fatto ulteriormente arretrare e, al secondo scatto, bloccato in posizione, ovvero armato e pronto al fuoco. Si premeva quindi il grilletto e il cane, spinto da una molla collocata nel calcio, scattava in avanti, percuotendo la capsula posta sul luminello e facendo sparare l’arma.

Nelle prime rivoltelle di Adams in cane non era dotato di cresta ed erano quindi molto difficili da armare, ma l’armamento non era demandato al pollice, bensì al grilletto (sistema a doppia azione): tirando il grilletto, infatti, si faceva ruotare il tamburo e si armava il cane, quindi, continuando a premere il grilletto, il cane veniva liberato cadendo in avanti e facendo partire il colpo. Vi furono infinite discussioni su quale dei due sistemi fosse il migliore ed ogni schieramento produsse validi argomenti: l’azione singola consentiva un tiro più preciso, mentre la doppia azione un tiro più veloce (anche se la maggio forza da esercitare sul grilletto rendeva il puntamento più difficoltoso in quanto tendeva a far ruotare la mano). Nel 1855 Adams fece un ulteriore passo avanti, introducendo un revolver che utilizzava un sistema brevettato dal tenente Frederick Beaumont che funzionava sia a singola sia a doppia azione e permetteva quindi all’utilizzatore di optare per il funzionamento più appropriato alla bisogna. Arrivarono così molte commesse militari per questo revolver.
Un altro grande produttore britannico fu William Tranter che cercò, in uno dei suoi modelli, di combinare i pregi di entrambi i meccanismo Colt e Adams utilizzando due grilletti, uno normale ed uno più lungo del consueto e che sporgeva abbondantemente sotto il ponticello del grilletto: la trazione sul secondo grilletto faceva ruotare il tamburo ed armava il cane e quella sul primo faceva scattare il cane e sparare il colpo. 



Il primo produttore inglese di revolver fu però James Kerr che produsse un revolver a 5 colpi che non fu molto apprezzato in patria, ma che divenne molto usato dai Confederati durante la Guerra Civile, assieme al Le Mat. Aveva un aspetto simile al Colt Root a cane esterno e laterale rispetto al castello. Venne prodotto sia a singola azione sia a doppia (pochi esemplari) nei classici cal. .36” e .44”.
Altri costruttori britannici si ritagliarono le loro fette di mercato, quali Lang, Deane, London Armoury Company, Baker, Daw, Harding, Parker e Webley, ma molti di loro sparirono velocemente dal mercato.
I revolver britannici erano venduti in cassetta, avevano finiture molto più curate degli omologhi americani e spesso erano usati come “armi da duello”, ma non vennero mai molto apprezzati negli U.S.A. e, nonostante venissero abbondantemente impiegati durante la Guerra di Secessione, subito dopo la sua fine sparirono praticamente dalla circolazione.
Il successo di Colt non stimolò solo i costruttori britannici e negli Stati uniti vi fu un forte incremento nella produzione di rivoltelle, stimolato anche dalla guerra civile (1861-1865): vennero usati una vasta gamma di stili e brevetti, alcuni palesemente copie dei revolver Colt, altri innovativi. Società come la Allen & Wheelock rimasero in vita solo tra il 1857 (anno in cui scadde il brevetto di Colt) e il 1864 ma produssero 20 modelli diversi di rivoltelle. La Bacon Manufactoring Company di Norwich (Connecticut) operò dal 1858 al 1867 e produsse rivoltelle a percussione molto simili al Police Model di Colt.
Un altro prodotto simile come aspetto a quelli di Colt fu costruito da J.H. Cooper di Pittsburgh (Pennsylvania): però nonostante l’aspetto simile ai Colt, era a doppia azione ed è facilmente riconoscibile perché il grilletto, per poter effettuare la lunga trazione che permette la doppia azione, è posto molto più avanti che nei modelli Colt.
Nonostante il nome, la London Pistol Company era una ditta americana le cui armi erano prodotte anche dalla Manhattan Firearms Manufacturing Company.
Un costruttore avventuroso fu John Walch di New York City che brevettò un sistema di rivoltelle a 10 e 12 colpi, ma la sua produzione fu estremamente limitata.
Nel 1859 Alexandre Le Mat di New Orleans produsse una rivoltella a percussione dotata di una canna liscia montata sotto la normale canna della pistola: non si trattava di un’idea innovativa poiché era stata usata già alcuni anni prima da altri costruttori, ma divenne famosa perché venne adottata da alcuni reparti Confederati durante la Guerra. Ciononostante la sua produzione fu limitata e la maggior parte delle sue rivoltelle venne costruita in Europa.
Durante la Guerra Civile americana le forze confederate non possedevano molte risorse produttive e si rivolsero prevalentemente all’importazione dalla Gran Bretagna (soprattutto), dal Belgio e dalla Francia, ma riuscire comunque a produrre alcune rivoltelle in regime di “autarchia”: tipo la Dance Brothers di Columbia (Texas) che fu la più attiva e prolifica casa produttiva, ma vi furono anche altri piccoli fornitori. 



Molti altri marchi nati verso la metà del XIX secolo scomparvero rapidamente, ma alcuni sono tutt’ora presenti sul mercato, come la Remington di Ilion (New York) fondata nel 1816 che, negli U.S.A. fu seconda solo alla Colt nella produzione di rivoltelle che produsse in 14 modelli: la più diffusa di queste era la New Model Army 1858 che analogamente alla Colt funzionava a singola azione, ma aveva il telaio chiuso e che venne pesantemente copiata da un altro produttore americano di New York, la Rogers & Spencer col suo modello Army Model del 1860, proposto sia in cal. .44” sia in cal. .38”.
Tutte le armi a percussione, sia ad azione singola sia ad azione doppia, soffrivano della medesima limitazione: erano tutte ad avancarica, cioè ogni camera doveva essere riempita con la polvere, bisognava spingere la palla fin contro la polvere e quindi sistemare una capsula sul mulinello. Venivano spesso utilizzate delle cartucce preconfezionate in carta, contenenti la carica della polvere e una palla di piombo, ma andavano aperte e versate sempre e comunque nella camera dal davanti del tamburo.

Nel 1835 il francese Casimir Lefaucheaux brevettò un sistema che impiegava un bossolo di metallo o cartone con un foro nel quale passava un piccolo spillo metallico: la punta dell’asta era appoggiata su un po’ di fulminato incorporato nella carica di polvere contenuta nel bossolo. Quando lo spillo veniva colpito esso premeva il fulminato facendolo detonare e producendo l’esplosione della carica di scoppio. Lefaucheaux progettò armi dotate di un piccolo intaglio nella culatta in modo che quando veniva inserita la cartuccia lo spillo potesse sporgere per essere colpito dal cane. La cartuccia a spillo venne presentata per la prima volta alla stessa esposizione di Londra del 1851 a cui prese parte anche Colt, ma pare che abbia destato poco interesse: però, in seguito all’impatto provocato dalle proposte di Colt, nel 1854 il figlio di Casimir, Eugene, brevettò in Francia e Gran Bretagna una rivoltella che impiegava cartucce a spillo e ben presto la sua azienda ricevette commesse militari da molte nazioni europee ed extraeuropee (ad es. l’Egitto), oltre a numerosi ordini civili: Gran Bretagna e U.S.A. non mostrarono molto interesse, ma in tutto il resto d’Europa le armi a spillo si diffusero con rapidità, realizzate in grandi quantità ed adottate da quasi tutti gli eserciti. Alcune furono certamente impiegate durante la Guerra di Secessione americana. La facilità con cui si caricavano le cartucce a spillo indusse alcuni produttori ad introdurre modelli di rivoltelle dotati di grossi tamburi contenenti 12 o anche addirittura 20 colpi, ma erano poco maneggevoli e molto ingombranti e non riscossero grande successo. Alcuni produttori poi, come il francese Jarre, sostituirono il tamburo con una sbarra piatta scorrevole lateralmente nella quale erano ricavate le camere: data questa forma queste armi vennero denominate anche “pistole ad armonica”, ma non ebbero successo. Molto più successo ebbero invece delle armi di piccole dimensioni, che potevano essere nascoste in tasca o in borsetta, da utilizzare analogamente alle famose Deringer a percussione, ma a più colpi invece che a colpo singolo.
Il sistema a spillo aveva cospicui limiti: l’intaglio nella culatta o nella camera era un piccolo inconveniente e lo spillo sporgente rappresentava un pericolo dato che un urto accidentale poteva provocare uno sparo non desiderato e far partire il colpo. Il sistema però aveva dimostrato la potenzialità di una cartuccia contenente in sé il proprio sistema d’accensione e d’innesco. Horace Smith e Daniel Wesson, nativi del Massachusset, nel 1852 unirono i loro sforzi e esplorarono le potenzialità della munizione brevettata da Hunt nel 1848: si trattava in pratica di una palla di piombo con fondo cavo riempito di polvere propellente ricoperto con un disco di metallo con un fondello centrale per l’innesco, idea poi concretizzata da Flobert che produsse una capsula a percussione con una piccola palla di piombo compressa nell’estremità aperta.
Nel 1856 Smith & Wesson fecero un accordo con un ex impiegato della Colt, Rolin White, che aveva brevettato un revolver nel quale le camere del tamburo erano passanti, ovvero forate da entrambe le estremità: ciò significa che la cartuccia poteva essere inserita nel tamburo dalla parte posteriore. Era nata la rivoltella a retrocarica a bossolo metallico. Smith & Wesson brevettarono quindi il sistema a tamburo passante. Nel 1858 Smith & Wesson offrirono sul mercato una rivoltella a retrocarica in cal. “.22 (di cui detenevano il brevetto universale che sarebbe scaduto solo nel 1873) utilizzante cartucce con bossolo metallico a percussione anulare: la rivoltella era piccola, con la canna incernierata in alto che era tenuta chiusa da un gancio a molla posto nella parte inferiore dell’alloggiamento del tamburo (sistema break down), il tamburo poteva essere rimosso ed i bossoli vuoti venivano estratti usando un’astina fissata sotto la canna. L’arma ebbe un discreto successo, fortemente limitato però dal suo calibro ridotto, inoltre a volte i bossoli tendevano a dilatarsi ed a inceppare il funzionamento. Nel 1861 Smith & Wesson offrirono quindi un revolver in cal. .32”, mentre stavano progettando un’arma in cal. .44”.
Ma ormai siamo andati troppo oltre…



By Black Jack

mercoledì 13 marzo 2013

Red Dead Redemption


Ah, sa, abbiamo vissuto qui per ben trent'anni. Siamo arrivati qui dall'est. La terra non era mai stata colonizzata. Per 10 anni abbiamo combattuto gli indiani. Gente dura. Poi sono arrivati i fuorilegge, la siccità, abbiamo sofferto il vaiolo, sopportato inverni terribili, il colera. Ho seppellito più bambini di quanti ne ho cresciuti. Ho visto uomini forti appassire e morire, sotto quel sole spietato. Intere mandrie di bestiame ammalarsi e crepare. Ma nemmeno una volta ho messo in dubbio la mia vita qui. 
(Drew McFarlane)


1911. Incalzato dallo sviluppo di una società a metà tra il passato e le promesse di un futuro dove nuove invenzioni e innovazioni industriali promettono di spazzare via ogni traccia del vecchio glorioso west, il mondo di John Marston si avvia verso un lento ma inesorabile declino.

Nel 2010 la Rockstar Games lancia “Red Dead Redemption” un gioco free roaming di ambientazione western, sviluppato per piattaforma Playstation 3 e X-Box 360. Il termine free roaming identifica quella tipologia di videogiochi in cui il giocatore può muoversi all’interno dell’ambientazione liberamente, decidendo di volta in volta se dedicarsi a seguire le vicende inerenti alla trama principale oppure prediligere la risoluzione delle missioni secondarie proposte, oppure ancora, semplicemente girovagare senza meta e obiettivo.


Red Dead Redemption (RDR) ha seguito una strada già tracciata da altri videogiochi basati sulla stessa impostazione, basti ricordare il famoso GTA (sempre Rockstar). Ma l’innovazione, se così si può chiamare, portata da RDR è rappresentata dall’ambientazione western: in questo senso, risulta rappresentare il sequel spirituale di Red Dead Revolver, un gioco d’azione proposto dalla Rockstar nel 2004.

All’interno del mondo di RDR vi trovate a vestire i panni di John Marston, un uomo “vecchio stile” che incarna molte delle caratteristiche del cowboy dell’old west: inizialmente, le informazioni sul suo conto saranno poche e frammentate ma, poco alla volta, scoprirete che dietro le sue azioni, vi sono motivazioni e spiegazioni, che solo gradatamente arriverete a conoscere.



Rockstar Games ha ambientato Red Dead Redemption in tre stati posti idealmente al confine tra Stati Uniti e Messico: New Austin, West Elizabeth, e Nuevo Paraiso che, idealmente, rappresentano i reali Texas e Nuovo Messico. In fin dei conti, le licenze ludiche della Rockstar Games si fermano qua, poiché l’ambientazione riprende esattamente il mondo del vecchio west: nel bene e nel male non si tratta di una descrizione patinata e idealistica. Polvere e decadenza segnano territori arsi dal sole dove i piccoli paesi e ranch sperduti si alternano a pianure desolate dove è possibile fare gli incontri più disparati: serpenti, coyote e puma si aggirano tra le rocce, mentre potreste incappare in banditi o persone in cerca di aiuto.

Come ogni mondo western che si rispetti, in qualità di John Marston avrete la possibilità di dedicarvi a gioco d’azzardo, all’interno dei saloon o anche all’esterno, dove gare improvvisate di abilità vi permetteranno di racimolare qualche moneta. La varietà di personaggi con cui entrerete in contatto, disegnano una popolazione variegata e multietnica, vivono nelle terre di frontiera che hanno accolto migranti di varie parti del vecchio mondo e si pongono verso la società secondo l’antica legge del più forte o talvolta del più furbo.





 Non mancherà poi occasione per allenarsi a catturare (e domare) cavalli selvaggi o a cacciare (e scuoiare) animali selvatici; nelle parti iniziali del gioco inoltre, vi troverete a vivere all’interno di un ranch e, conseguentemente, ad aiutare nelle mansioni quotidiane all’interno e all’esterno dei confini di questo.


 RDR offre inoltre la possibilità di giocare in modalità multiplayer on-line: unendovi ad altri giocatori, in quel momento connessi, potrete confrontarvi nel portare a termine missioni talvolta simili ad alcune presenti  nel gioco originale.

Personalmente ho scoperto RDR per puro caso e mi sono lasciata affascinare dall’ambientazione, ancor prima che dal videogioco vero e proprio. Anche per chi solitamente non è abituato a confrontarsi con giochi su console, RDR può rappresentare una splendida scoperta: all’inizio, la trama stessa, porta il giocatore ad imparare poco alla volta come muoversi nel variegato mondo.







martedì 5 marzo 2013

Mostra fotografica sul Vecchio West




 
Dal 25 febbraio al 30 marzo, alla Casa di Vetro a Milano... c'è in mostra il Vecchio West.

La mostra, dal titolo Wild West, 1861-1912: L'America dei pionieri, fa parte della rassegna History & Photography, un progetto curato da Alessandro Luigi Perna per raccontare la storia del mondo contemporaneo attraverso la fotografia, con lo scopo di valorizzare archivi fotografici spesso frequentati soltanto dagli addetti ai lavori. Wild West è la seconda di quattro esposizioni. La rassegna ha avuto inizio nel novembre 2012 e terminerà con la quarta mostra nel maggio 2013. Si tratta di un progetto molto lungo e ambizioso che ha richiesto mesi di preparazione per selezionare le immagini giuste che potessero colpire anche coloro che non sono esperti di fotografia.

Sono state esposte cinquantacinque riproduzioni di rare immagini d'epoca provenienti dagli archivi del governo degli Stati Uniti, che rievocano tutto l'immaginario western, dai cowboy agli indiani, dalle diligenze ai chuckwagon dei coloni, dai banditi ai saloon, senza tralasciare immagini relative ai più "comuni" pionieri in cerca della terra promessa.
Alcune delle stampe sono state messe in vendita a prezzi, dicono, accessibili a tutti. Vale la pena di dare un'occhiata a quest'ambizioso progetto: l'ingresso è libero.


Wild West, 1861-1912: L'America dei pionieri, si trova alla Casa di Vetro, via Luisa Sanfelice 3, Milano.

Orari di apertura al pubblico:
Da lunedì a sabato dalle 11.00 alle 19.30
Tel: 0255019565
federica.candela@effeci-facciamocose.com
www.effeci-facciamocose.com

Ringraziamo Corrado per la segnalazione!