lunedì 28 gennaio 2013

Intervista esclusiva ad Anson Mount, direttamente da Hell on Wheels





Anson Mount è una di quelle persone con le quali, da appassionata di Western, chiacchiererei per ore e ore senza mai stancarmi. Alla soglia dei 40 anni, l’attore statunitense è sbocciato relativamente tardi, facendosi notare in una serie di film e telefilm, ma con un’immagine molto più giovanile e fresca, apparentemente senza tempo. Un giorno di qualche anno fa però si rende conto di averne abbastanza di Los Angeles e dei suoi tentativi di "mantenerlo giovane" (con tinture per capelli e altri rimedi più o meno invasivi): si trasferisce a New York dove lascia crescere la barba e smette di tingersi i capelli. E' così che ottiene la parte che ha segnato la svolta nella sua carriera. Viene scelto per interpretare il rude pistolero Cullen Bohannon nella serie televisiva Hell on Wheels, ambientata nel 1865 negli Stati Uniti appena usciti dalla guerra civile tra Nord e Sud (potete leggere una recensione della serie proprio su questo blog basta cliccare qui).  Da poco riconfermata, la troupe si appresta a girare gli episodi della terza serie per la rete americana AMC: nessuno si aspettava un tale successo dopo il fenomeno “Deadwood”.




Anson ama il mondo western e la parte che gli è stata assegnata tanto da brillare sul resto del cast: inizia a studiare quel periodo storico tanto turbolento per l’America, a procurarsi decine di libri per poter essere il più coerente possibile nell'interpretazione del personaggio e... hey, voi appassionati di giochi di ruolo: vi suona familiare per caso? A noi di The Young Riders Italia si!
Al di là della sua passione per i cavalli e il Far West, Anson si fa notare anche per le azioni di volontariato successive alla catastrofe rappresentata dall’Uragano Sandy: ama New York come nessun’altra e per questo si rimbocca le maniche, scendendo in strada e lavorando come tutti gli altri. E' arrivato ad organizzare una maratona per raccogliere fondi da devolvere alla ricostruzione delle aree distrutte e ha prestato il nome del suo personaggio per... un collare da cani con stellette da sceriffo e ferri da cavallo in miniatura. Parte del ricavato andrà infatti ad un'associazione che si occupa dei cani e gatti rimasti senza padrone dopo l'uragano Sandy.

Uno scorcio della distruzione lasciata dall'uragano Sandy

Con questo in mente, mettetevi comodi e godetevi quest’intervista decisamente interessante che Anson ha deciso di rilasciare in esclusiva a The Young Riders Italia, un progetto che lo ha entusiasmato da subito. Vi renderete conto da soli che recitare per una serie televisiva per certi versi non è poi tanto diverso dall’interpretare un personaggio in un gioco di ruolo.


Dany: Il tuo lavoro sul personaggio di Cullen Bohannon, protagonista della serie televisiva western Hell on Wheels è stato impressionante.
[Mi interrompe a questo punto per ringraziarmi, pare piuttosto compiaciuto.]
Ce lo presenti inizialmente come un pistolero violento e indurito dalla vita, un uomo privo di sentimenti che uccide a sangue freddo senza mai voltarsi indietro, pur di compiere la propria vendetta. Ma lungo la strada pian piano cambia, reagendo a quanto accade intorno a lui e rivelando che dietro quella facciata da duro si nascondono mille sfaccettature diverse. Nel nostro settore, i giochi di ruolo, a volte capita che alcuni giocatori creino personaggi che restano sempre uguali, senza mai reagire agli stimoli esterni... risultano abbastanza stereotipati e noiosi. Tu che ne pensi?

Anson: Se devo essere onesto, nel mio caso sto cercando di capire lo stato d’animo di Bohannon sin dalla prima serie. Vorrei riuscire a entrare nella sua testa e nel suo cuore: sono due cose completamente diverse nel caso di un pistolero, che non sempre coincidono. La settimana scorsa sono passato dagli sceneggiatori - abbiamo un nuovo team al lavoro sulla terza serie - per salutarli e presentarmi. Siamo finiti a parlare per ore. Volevano sapere da me quello che pensavo di Cullen e del modo sempre diverso con il quale si relaziona con se stesso e il mondo esterno.
Che dire, non è da poco essere coinvolto così tanto nel processo creativo: se dovessi dare la mia opinione direi che hanno iniziato alla grande.

Dany: A questo punto mi viene spontaneo chiederti se c’è qualcosa in particolare che ti aspetti dalla terza serie per il tuo personaggio…

Anson: Cerco sempre di non aspettarmi troppo per i miei personaggi, soprattutto per quanto riguarda una serie televisiva che si prospetta molto lunga. Potremmo visualizzarlo come l'ingresso in una caverna mai esplorata prima: non hai idea di quello che troverai davanti a te man mano che ti ci addentri. Se qualcuno arrivasse e dicesse "Hey ragazzi ho trovato una mappa della caverna!" rovinerebbe tutto il divertimento, non trovi?

Dany: Sono assolutamente d'accordo con te, ma c'è da dire che nell'ultimo periodo ci sono stati un bel po' di cambiamenti, sia per Bohannon che per voi che lavorate allo show… davvero tu che ti immergi così a fondo nella psicologia del tuo personaggio non ti sei fatto un'idea di come andranno le cose?

Anson: Beh diciamo che penso che i recenti eventi che ha vissuto Bohannon presentano alcune meravigliose opportunità per raccontare la sua storia. Quelli che non sono rimasti entusiasti della chiusura della seconda serie continuano a lamentarsi dicendo che è tutto finito e non c’è più nulla da aggiungere... ma... mi prendi in giro???  Proprio quando il tuo personaggio viene messo all’angolo le cose iniziano a diventare interessanti, altrimenti sai che noia! Oh e questo era per rispondere alla tua domanda iniziale!

Dany: Quindi dovremmo aspettarci un Cullen chiuso in se stesso, che ritorna in quello stato mentale nel quale si rifugia quando è arrabbiato o ferito da quanto gli sta succedendo?

Anson: Non sono sicuro di poter rispondere a questa domanda. Se vuoi sapere se Cullen tornerà ad essere quel pistolero violento, sanguinario e vendicativo dell’inizio della prima serie, la risposta è… ma neanche per sogno! Sarà molto più interessante di così, ci puoi scommettere!



Dany: Nel nostro settore la maggior parte delle persone ha un’idea del Far West molto “romantica”. Pensano per esempio che le prostitute fossero una specie di eroine del passato, bellissime e imbellettate, credono che la gente avesse sempre la possibilità di fare il bagno e che mangiassero tutti cibi di prima qualità. So che tu hai studiato moltissimo il periodo della storia americana che va da prima della guerra tra nord e sud fino alla costruzione della grande ferrovia intercontinentale, perchè Hell on Wheels è una serie che dà molta importanza alla coerenza storica (tanto da ricopiare quasi alla perfezione gli abiti dell'epoca). Ci puoi dire una volta e per tutte come andavano le cose? Tutto quello sporco e quella violenza sono elementi piazzati lì strategicamente solo per far salire l’audience?

Anson: Secondo i nostri calcoli la vita massima di una donna dell’epoca, quantizzandola in base alle puntate di Hell on Wheels, era di 18 mesi. Dal momento in cui arrivava aveva altri 17 mesi di storia da raccontare... al massimo. In base ai documenti storici da noi consultati, durante la costruzione della Union Pacific c'era in media, in qualunque cittadina, anche la più piccola, almeno un omicidio al giorno. Bada bene, non una morte naturale. Un omicidio. Nelle carovane improvvisate che seguivano i cantieri della ferrovia il tasso era anche più alto. E' quello che definisco... costruzione attraverso la distruzione.

Dany: So che tu sei un grandissimo appassionato di cavalli e che quando ti hanno proposto Hell on Wheels hai esultato pensando “Wow mi pagano per andare a cavallo tutto il giorno, è grandioso!”. Che ci puoi dire allora dell’esperienza con i cavalli sul set? Li consideravi come colleghi? E ti è piaciuto lavorare insieme a loro?

Anson: I cavalli ben addestrati sono attori migliori della maggior parte di noi umani. Il motivo? E’ presto detto: non mentono mai. Esternano qualunque istinto o pensiero che gli passi per la testa. Sono assolutamente meravigliosi. Ovviamente per lo stesso motivo devi sapere come comportarti quando sei intorno a loro. Durante la lavorazione della seconda serie una mandriana con anni di esperienza alle spalle è riuscita a rompersi il bacino perché non ha saputo dare i giusti comandi a un cavallo addestrato nel bel mezzo di una scena. Ci sono molte cose da imparare e regole da seguire quando si lavora sul set con dei cavalli. 




Dany: Cavoli… e dire che durante le interviste agli attori del Signore degli Anelli non si è mai parlato di queste cose, erano tutti concentrati sul raccontare solo la parte… romantica e divertente dell'avere tanti cavalli su un set!
Ad ogni modo, siamo italiani e sicuramente di parte… ma parliamo di Spaghetti Western. Noi qui amiamo sia la versione “epica”, che si traduce con due nomi che non necessitano spiegazioni, Sergio Leone ed Ennio Morricone, sia quella più leggera, come Lo chiamavano Trinità con Bud Spencer e Terence Hill oppure il Django originale con Franco Nero.
Ti piace il genere oppure da americano doc preferisci il western classico con l'accoppiata John Ford e John Wayne?

Anson: Mi piacciono tutti! Sono un fanatico del genere western e un privilegiato: ne guardo quanti più possibile prima ancora che siano presentati al grande pubblico. In qualche caso confesso di aver persino... rubato. Nell'episodio 5 della seconda serie Bohannon si avvicina al suo avversario mentre sta sostituendo il cilindro della sua pistola senza mai seguire l'operazione con gli occhi. E' una citazione diretta a Il cavaliere pallido, un vecchio film di Clint Eastwood: mi ci sono voluti giorni per perfezionarla.

Dany: Che ne pensi invece di Django Unchained di Quentin Tarantino?

Anson: Ovviamente sono cresciuto guardando western più cupi e come direbbe qualcuno più “pesanti”. Amo Sergio Leone e anche se bisogna dire che Django Unchained è un film piuttosto leggero per i miei gusti, dobbiamo riconoscergli il merito di aver trattato argomenti maledettamente scomodi in modo che tutti potessero capirli. E' evidente durante tutto il film l'amore di Quentin per gli Spaghetti Western, persino nella scelta della colonna sonora.

Dany: A noi puoi dirlo… Bohannon è il risultato di tutti i tuoi studi, delle decine di libri che hai letto sulla costruzione della grande ferrovia o ti sei anche ispirato agli attori del passato, come per esempio Lee Van Cleef o Clint Eastwood?
Ad alcuni di noi sembra che Cullen Bohannon strizzi l'occhio proprio a Clint: più che parlare mugugna e preferisce usare lo sguardo e l'espressione del volto per comunicare. 



Anson: Non penso che si possa lavorare con il genere western ignorando completamente il contributo immenso che gli ha dato Clint Eastwood. Allo stesso modo però non si possono dimenticare nemmeno Budd Boetticher e John Sturges.

Dany: Sei un attore e hai una tua società di produzione. In base a quello che vedi nel tuo settore, pensi che il genere western sia ormai morto e sepolto? A parte il rifacimento de Il Grinta non si  vede un western "puro" da un po' di tempo. Pensa soltanto agli ultimi titoli... come Alieni contro cowboy o lo stesso Django Unchained: dici che possiamo sperare in un nuovo Open Range o Quel treno per Yuma per citarne un paio?

Anson: Beh conosco un sacco di persone appassionate di film sugli sport americani, che però non hanno un grande successo a livello internazionale. Con il Western ormai non si tratta più di film di nicchia. Hai un bacino di pubblico internazionale incredibilmente ampio e questo penso giustifichi anche i grandi investimenti di denaro per creare un Western che soddisfi le aspettative degli amanti del genere. Possiamo dire che il western sta vivendo… uno dei suoi tanti momenti. Abbiamo comunque Django Unchained e Lone Ranger quest'anno, non dimentichiamocelo. Probabilmente questo momento sfumerà, ma io sono certo che il Western risorgerà dalle sue ceneri, prima o poi. Succede a ogni genere cinematografico e suppongo rifletta anche dei momenti culturali che attraversano la società. Altrimenti non mi spiego come mai producano così tanti film horror quando ci sono i Repubblicani alla Casa Bianca.

Dany: Ah beh, in questo periodo anche in Italia le battute politiche si sprecano!
Piuttosto hai un messaggio per i giocatori di The Young Riders Italia prima di salutarci?

Anson: Certo. Al prossimo raduno se indossate gli speroni ricordate di camminare dritti e di non piegare le ginocchia, non è mica facile!

E chissà che uno di questi giorni, a giudicare da quanto si è mostrato entusiasta dell’iniziativa, non ce lo ritroviamo per davvero a un raduno TyR. Il nostro invito, ovviamente, resta valido.

Thank you Anson!


Dany (Gilraen) - Gestore di The Young Riders Italia




mercoledì 19 dicembre 2012

Western all’americana e Spaghetti western: fenomeni distinti o strettamente concatenati?



Il termine Spaghetti western nacque negli Stati Uniti per indicare un fenomeno cinematografico durato circa quindici anni (approssimativamente tra il 1964 e il 1978). Si trattava di lungometraggi in lingua italiana, che nonostante la povertà dei mezzi e il budget ridotto sembravano voler imitare i grandi western alla John Ford. Generalmente venivano girati in Italia o Spagna. Solo in rarissimi casi, dove in pratica c'erano più soldi a disposizione, la troupe si spostava in altri paesi del Mediterraneo.

Il genere Western americano viene invece fatto risalire addirittura a Buffalo Bill Cody, che con il suo Wild West Show ebbe il merito di riuscire ad esportare l’atmosfera delle praterie americane (abbondantemente esagerata in alcuni casi) fino in Europa. Il West di frontiera veniva visto come un ideale di libertà e di speranza e successivamente fu ripreso da quasi ogni forma d'arte. Dall'inizio del XX° secolo gli angoli più desolati di California, Arizona, Utah, Nevada, Colorado e Wyoming si popolarono di troupe che intendevano immortalare quei paesaggi mozzafiato. I film western vennero divisi in vari sottogeneri, ma l’età d'oro del western classico è rappresentata dalle grandi opere di due registi, John Ford (che sceglieva spesso come protagonista John Wayne) e Howard Hawks. Ombre Rosse, un film di Ford del 1939, viene considerato la Bibbia del genere western, segnando il confine tra il western epico degli anni trenta (eroi poco realistici, in cui spesso i “cattivi” erano gli indiani),  e quello revisionista di Sergio Leone.


L'eroico John Wayne in "Ombre Rosse"



Gli Spaghetti western ebbero il grande merito di imporsi sul grande pubblico, costringendo anche il western americano a rinnovarsi per non soccombere. Già dalla fine degli anni sessanta infatti gli americani dovettero fare i conti con un regista italiano che pareva quasi impossibile da sbaragliare: Sergio Leone. Per un pugno di dollari (1964) fu il suo primo Spaghetti western e uno dei più famosi del genere, lanciando nel firmamento delle star Clint Eastwood. Non molti sanno che la trama di questo film in parte ricalca quella de La sfida del samurai di Akira Kurosawa (1961) e che il nostro Leone si firmò per la regia come Bob Robertson, anglofonizzazione del nome d'arte di suo padre Vincenzo (Roberto Roberti). I problemi di budget (estremamente ristretto) non sembrarono preoccupare il nostro regista, il quale riuscì nonostante tutto a presentare una visione del Far West violenta e moralmente complessa, che da un lato rende tributo ai grandi classici di John Ford, dall'altro se ne distacca nei toni. L'eroe vero e proprio, facilmente riconoscibile e sempre nel giusto (rappresentato da John Wayne) viene sostituito da una versione più sporca e moralmente confusa del pistolero, senza scrupoli e sempre imbronciato (Clint Eastwood). 


Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleef in “Il buono, il brutto e il cattivo”

I due film successivi, Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto e il cattivo (1966) completano la "Trilogia del dollaro". Il budget a disposizione di Sergio Leone iniziava a crescere con l'aumentare del successo, ma erano tre i fattori fondamentali di questo boom: la bravura del regista, la scelta oculata degli attori e le colonne sonore di Ennio Morricone. Il compositore italiano divenne famoso proprio grazie alla Trilogia del dollaro, accompagnando Leone in tutti i suoi film fino a C'era una volta in America (1984). Il suo C'era una volta il West era stato progettato per essere l’ultimo western di Sergio Leone. Fu girato tra la Monument Valley, che da sempre ispirava i grandi registi di western (non a caso esiste un punto panoramico nella vallata dedicato a John Ford), l'Italia e la Spagna. Il film fu una meditazione violenta e quasi onirica sulla mitologia del Far West e ad esso collaborarono anche altri due grandi registi, quali Bernardo Bertolucci e Dario Argento, all'epoca quasi sconosciuto. La sceneggiatura e l’intero film furono ritoccati e modificati più volte dagli Studios, tanto che ne esiste una versione più corta di ben 165 minuti. Soltanto quando anni dopo fu permesso al regista di lavorare nuovamente sulla pellicola, creando una versione da 175 minuti, C’era una volta il West divenne il capolavoro che oggi tutti conosciamo. Insieme a Il buono, il brutto e il cattivo rappresenta il caposaldo del genere western… italiano, sebbene fosse stato finanziato dagli Studios americani.
 

Charles Bronson, Jason Robards e Henry Fonda in “C’era una volta il West”. Sullo sfondo la ferrovia che rappresentava la fine dell’epoca dei cowboy.


Esattamente, avete letto bene. I film di Sergio Leone vengono spesso etichettati come “Western”, implicando che siano annessi al genere americano. In realtà si tratta di Spaghetti western in tutto e per tutto, sebbene avessero un taglio diverso rispetto alle parodie di Bud Spencer e Terence Hill. Solo nel 1970 infatti venne lanciato quello che divenne lo Spaghetti western comico più famoso del genere: Lo chiamavano Trinità. Si trattava di una sobria e divertente parodia dei film alla Sergio Leone, che mescolava le più classiche sparatorie con le scazzottate che erano il marchio di fabbrica della coppia Spencer & Hill. Molti sostengono che nella colonna sonora di questo film, firmata Franco Micalizzi,  si celi lo zampino di Ennio Morricone, in quanto alcuni passaggi del tema principale sarebbero identici a quelli di Giù la testa. Non è dato sapere se si trattasse di una semplice "ispirazione" o se i due lavorarono realmente insieme, di certo la colonna sonora aiutò il successo di questo film, tanto che l'anno successivo fu prodotto un sequel ... continuavano a chiamarlo Trinità. Nel 1995 attori e regista provarono a replicare il successo dei primi due film con Trinità & Bambino… e adesso tocca a noi! il quale si rivelò però una mera operazione nostalgia che qualitativamente non poteva essere assolutamente paragonata al primo capitolo della saga.



Bud Spencer e Terence Hill in “Lo chiamavano Trinità"


Nel 1971 Franco Ferrini pubblicò un articolo sulla rivista Bianco e Nero in cui individuava quelle che secondo lui erano le distinzioni fondamentali tra il western all'italiana e quello classico. Il suo pensiero si può riassumere dicendo che nei western all'italiana il protagonista non è quasi mai un eroe, ma un antieroe mosso da interessi personali quali ad esempio il denaro, invece che dagli ideali tanto cari a John Ford. A differenza dal western classico, quello italiano è molto meno moralista, le scene sono più cruente e i personaggi molto più cinici. Il risultato è un'immagine molto meno romantica e più dura dell'Ottocento nell'Ovest americano. Probabilmente il fatto che i registi e il pubblico a cui erano destinati i film non fossero americani ha aiutato il distacco dagli stereotipi nazionalisti e nostalgici del Western. Il mito del Far West veniva quindi messo in discussione dalla nuova formula italiana, ma all'iniziale diffidenza da parte degli americani seguì un adattamento e una revisione anche da parte loro, segno che gli Spaghetti Western hanno avuto un’influenza sul cinema americano più forte di quella che si potrebbe pensare.

Alcuni critici sostengono che uno degli ultimi film del filone western revisionista sia Gli Spietati (1992). Clint Eastwood è qui presente nel doppio ruolo di attore e regista, passando di fatto dietro la macchina da presa e mettendo in pratica quanto imparato sui set di Leone. Pochi sanno infatti che nei titoli di coda Eastwood inserì una dedica "a Sergio e Don", ringraziando i due maestri Sergio Leone e Donald Siegel. Gli altri interpreti di questa storia dura e disillusa erano Gene Hackman, Morgan Freeman e Richard Harris. Il film ricevette nove nomination agli Oscar, vincendo ben quattro statuette (tra le quali quelle per Miglior film e Miglior regia).
Si tratta del terzo western della storia ad aver vinto un Oscar per il miglior film, dopo I pionieri del West (1931) e Balla coi lupi (1990).

Noi appassionati del genere aspettiamo ancora un altro Western degno di tale nome.



Morgan Freeman e Clint Eastwood in “Gli Spietati”.



Articolo di Gilraen81 pubblicato in origine su Gdr-Online il portale dei giochi di ruolo italiani.

martedì 4 dicembre 2012

Recensione: Hell on Wheels






Hell on Wheels è una serie televisiva western ambientata nel 1865 negli Stati Uniti appena usciti dalla guerra civile tra Nord e Sud. Il titolo si traduce letteralmente con "L'inferno su ruote" (o rotaie in questo caso) e indica l'agglomerato di tende e casupole che ospitava saloon, prostitute e case da gioco a seguito degli operai dediti alla costruzione della First Transcontinental Railroad, ovvero la prima ferrovia transcontinentale americana.

La storia si apre con gli omicidi commessi per vendetta da un soldato confederato, Cullen Bohannon, interpretato da Anson Mount. Tornato a casa da sconfitto dopo la guerra infatti Bohannon scopre che è stata rasa al suolo. Sua moglie è stata violentata da un drappello di soldati dell'Unione e poi impiccata a una trave e il loro bambino è stato chiuso nel fienile e bruciato vivo insieme alla tata di colore che accompagnava Bohannon da una vita.
Scoperti i colpevoli quindi Bohannon, alle apparenze un pistolero che ama il Sud e fa fatica ad accettare la sconfitta, si mette sulle loro tracce. La prima puntata inizia infatti con una serie di brutali omicidi che lo portano fino al cantiere della ferrovia Union Pacific, dove la sua prossima vittima lavora come supervisore. Si fa assumere, fingendosi un ex schiavista per compiacere il suo capo, guadagnandone la fiducia, ma al contempo ingaggiando una serie di scene molto combattute con Elam Ferguson (Common), un ex schiavo mulatto che si propone come leader dei lavoratori di colore al cantiere. (Non vi racconto altro per non spoilerare)

La condizione degli schiavi e dei confederati nel film è molto particolare. Entrambi i gruppi infatti fanno fatica a mettersi al passo con la nazione americana. Il razzismo è un elemento molto forte, perchè sebbene formalmente gli schiavi siano stati liberati con la vittoria del Nord nella recente guerra, vengono comunque pagati di meno, trattati peggio degli altri e devono sobbarcarsi turni di lavoro sfiancanti. Era loro vietato l'ingresso nei saloon, nelle case da gioco e di piacere. La ghettizzazione, se così vogliamo definirla, era palese e non si faceva proprio nulla per nasconderla. Allo stesso modo i confederati venivano derisi dai "vincitori", soprattutto dai soldati dell'unione, che spesso travisavano i fatti accaduti in guerra per ridicolizzarli ulteriormente. In tutto questo la società dell'Ovest, fatta da cowboy e pistoleri, sembrava arrancare dietro al progresso del telegrafo e della ferrovia.

I problemi interni a Hell on Wheels accompagnano il sempre presente conflitto con gli indiani. La Sioux Nation (che comprendeva svariate tribù come i Lakota, i Dakota e i Cheyenne) infatti intende sconfiggere l'enorme "cavallo di ferro" e scacciare i bianchi dai propri territori. L'inizio delle ostilità è dato dall'attacco a una piccola spedizione di cartografi capitanata da Mr. Bell, accompagnato da sua moglie Lily (una splendida Dominique McElligot). L'obiettivo di Bell era quello di tracciare il percorso della ferrovia in modo che non attraversasse i territori sacri degli indiani, ma quando viene brutalmente massacrato dalle stesse tribù che cercava di tutelare, l'unica erede delle sue mappe resta la giovane moglie Lily.

La prima cosa che colpisce di Hell on Wheels, oltre alla storia, è la cruda realtà che viene presentata senza fronzoli agli spettatori. A differenza di molti altri film o telefilm western che mostravano prostitute sempre imbellettate e ammalianti o cowboy al massimo impolverati in cittadine sempre piazzate in un ipotetico deserto, qui i fatti storici vengono presentati correttamente. Le prostitute venivano considerate meno di zero. A volte venivano uccise dai clienti, ma non v'erano indagini in merito: erano solo... animali da piacere. A chi importava? Le donne al seguito di Hell on Wheels si dividono tra mogli devote e quasi sempre chiuse in casa e l'allegra brigata delle prostitute. Il diavolo e l'acqua santa. Silenziose e chiuse le prime almeno quanto sono sboccate, volgari ed esagerate le altre. Le prostitute nella serie non sono così carine come le si vede nei vecchi film di Sergio Leone. Non portano bei vestiti ma piuttosto straccetti che scoprono più che coprire. Si ubriacano di continuo, organizzando serate nel loro bordello a base di alcolici, sesso a pagamento e canzoni volgarissime per intrattenere i clienti in attesa del loro turno.
Le signore non hanno quasi mai i vestiti puliti. A Hell on Wheels infatti piove, a differenza delle immense praterie sempre soleggiate mostrate nei vecchi western. E quando piove il manto stradale si trasforma in una poltiglia di fango e melma, che sporca gli orli degli abiti, annerendoli irrimediabilmente. Non li si poteva lavare di continuo: spostarsi al fiume con gli indiani sempre pronti ad attaccare era pericoloso.

Un'altra cosa molto interessante è il fatto che la serie mostra come gli americani nella costruzione delle ferrovie fossero pochi e quasi sempre ai posti di comando. Gli operai erano infatti quasi tutti immigrati irlandesi, tedeschi o ex schiavi alla ricerca di un lavoro. I pochi tentativi di scioperare per ottenere condizioni di lavoro più umane venivano sempre soffocati con la minaccia di far arrivare un altro treno pieno di lavoratori e licenziare tutto il resto: vi era infatti più domanda che offerta e quindi trovare dei nuovi operai era semplicissimo.

Questa serie televisiva mi ha colpito per l'intensità dei personaggi, oltre che per il realismo nel mostrare come vivevano queste persone e quali erano i conflitti che continuavano a trascinarsi anche dopo la fine della guerra. Non c'è mai il "buono" o il "cattivo", ma piuttosto esiste tutta una fascia che si colloca nel mezzo. I principi che guidavano i pistoleri e i primi imprenditori americani non erano i nostri, quelli della società "moderna" e quindi alcune azioni o ragionamenti potrebbero sconvolgere lo spettatore, che tuttavia farà presto a immedesimarsi in questo telefilm mai noioso.

Posso dire di non aver condiviso alcune decisioni degli sceneggiatori nella seconda serie ma nel complesso come appassionata di Western consiglio Hell on Wheels a tutti, magari in lingua originale, per non rischiare di perdersi i "mugugni/grugniti" di Bohannon con il doppiaggio.

Buona visione!



domenica 25 novembre 2012

I ragazzi della Prateria



“I ragazzi della prateria” è il telefilm che ha ispirato il PbEM a cui è associato questo blog, News from the West.

Ma chi sono questi “ragazzi della prateria”?

La maggior parte della gente, purtroppo, non li conosce, oppure li ricorda a malapena, come uno dei tanti telefilm sbarcati in Italia tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta. Per questo in questo post spiegherò un po’ meglio cos’è questo telefilm e perché noi lo amiamo così tanto!
The Young Riders, questo il titolo originale, è la storia di un gruppo di giovani corrieri del Pony Express, il servizio postale più famoso degli Stati Uniti che, sebbene solo per un breve periodo (18 mesi appena), fu l’unico mezzo per collegare velocemente le due sponde degli ancora giovani e selvaggi Stati Uniti d’America.
All’epoca il telefilm ebbe un discreto successo in Italia, specialmente tra le giovanissime e le teenager. Questo era dovuto al gruppo di giovani e, parecchio avvenenti, protagonisti tra cui si ricordano la futura star (e figlio d’arte) Josh Brolin, e il più piccolo dei fratelli Baldwin, Steven. Gli altri attori erano solo emergenti, ma erano altrettanto bravi, così come lo erano gli “adulti” della serie.
Ma la forza della serie non stava solo nei bei faccini dei protagonisti! L’originalità delle storie raccontate, che si distaccavano dalle tematiche classiche dei western per eccellenza (indiani, banditi o vita da pionieri stile Casa della Prateria), oppure affrontavano questi temi da un punto di vista più moderno, dove non c’erano gli eroi buoni e i cattivi, ma dove gli stessi protagonisti fanno errori, litigano e si evolvono durante le serie, riuscivano ad accattivare il pubblico più giovanile senza che il telefilm diventasse un teen-drama alla Beverly Hills 90210 in salsa western.
La qualità della serie sta nel fatto che, vedendo le puntate a vent’anni di distanza, queste sono ancora godibili e apprezzabili; senza avere quella sensazione di vecchio, di qualcosa che si riguarda con nostalgia ma che ormai è completamente superato, che talvolta si ritrova in altri show.
Purtroppo però, non sempre la qualità paga e, complice anche il fatto che il western in Italia non è propriamente un genere alla moda, i Ragazzi della Prateria fu replicato sporadicamente, cambiando spesso rete di appartenenza e cadendo, inevitabilmente, nel dimenticatoio.
Quindi, per qualche miracolo divino, smettessero con le repliche della Casa della Prateria e della Signora del West, e si decidessero a rimandare I Ragazzi della Prateria…non lasciatevelo scappare!!

Paola

martedì 23 ottobre 2012

Addio a Russell Means, attivista e attore


L'attore e attivista nativo americano Russell Means, appartenente alla tribù Oglala Sioux, si è spento domenica 21 Ottobre nel suo ranch di Porcupine, South Dakota. Da tempo malato di cancro all'esofago, Means aveva scelto di sospendere la chemioterapia per affidarsi ai metodi di cura tradizionali dei nativi americani, sostenendo, con grande serenità, di essere consapevole che il suo tempo a disposizione era ormai agli sgoccioli.

Nato nel 1939, Means diventò un leader di spicco dell'American Indian Movement nel 1968, lottando per la difesa dei diritti dei nativi americani e riuscendo a puntare i riflettori e le telecamere sulle condizioni, spesso pietose, degli indiani americani, a cominciare dalla riserva nella quale era nato e cresciuto, quella di Pine Ridge. Partecipò con suo padre all'occupazione di Alcatraz nel 1964, ma i suoi blitz, da quello al Mount Rushmore a quello negli uffici del Bureau of Indian Affairs suscitarono un enorme clamore a livello nazionale e internazionale.

Dal 1992 partecipò a svariati film e telefilm, sebbene il ruolo per il quale sarà sempre ricordato è quello del capo Mohicano Chingachgook in L'ultimo dei Mohicani. Proprio sul set di questo film conobbe l'allora giovanissimo Eric Schweigh, che interpretava il ruolo del figlio di Chingachgook, Uncas. Eric, che si sentiva discriminato e non aveva mai avuto una famiglia stabile che lo supportasse, aveva grossi problemi di alcolismo e tendenze suicide. Russell Means allora decise di adottarlo ufficialmente proprio durante il corso delle riprese e ha giocato un ruolo fondamentale nella sua vita, trasformandolo in un uomo nuovo e a sua volta attivista nativo.

Proprio in queste ore il Los Angeles Times ha dichiarato Russell Means il nativo americano più famoso e influente dai tempi di Toro Seduto e Cavallo Pazzo.

Nonostante le ombre sulla sua vita e i periodi bui, Means è stato riconosciuto come leader carismatico dalla sua gente. Numerose le veglie in suo onore e le iniziative per ricordarne la vita nelle riserve americane e canadesi.


martedì 16 ottobre 2012

Sweetwater: fatti e fiction



I nostri iscritti sapranno che il gioco di ruolo play-by-e-mail che portiamo avanti da anni è ambientato in una piccola cittadina di confine: Sweetwater, in Nebraska. Il telefilm di riferimento del gioco, I ragazzi della prateria (The Young Riders) ha offerto nel corso delle tre stagioni molti scorci di questo piccolo e polveroso agglomerato di case in mezzo al nulla, dandoci un'idea piuttosto precisa di quello che doveva essere la minuscola cittadina poco lontana dalla stazione di posta.

Quello che molti si sono chiesti è... ma Sweetwater esisteva davvero?

In Nebraska vi è ancora oggi una piccola città che si chiama "Sweetwater", nella contea di Buffalo, più o meno dove gli sceneggiatori del telefilm hanno ambientato TyR. E' molto vicina al Mud Creek, un affluente del più grande South Loup River e il suo nome, che tradotto vuol dire "Acqua Dolce", deriverebbe dalle sorgenti dolci che alimentavano proprio il Mud Creek. Non molti sanno però che il Mud Creek all'epoca non era altro che... lo Sweetwater Creek! Nel corso degli anni infatti il ruscello è diventato sempre più piccolo e sporco, quindi il nome è cambiato in "Mud", ovvero "Fango". Secondo gli archivi storici esisteva addirittura un ponte fatto di tronchi per attraversare il piccolo fiume con carri e cavalli: divenne inutile quando la portata del Mud Creek si ridusse tanto da poterlo attraversare a piedi.



Sappiamo che qui il primo ufficio postale (attenzione, parliamo di "ufficio postale" e non di stazione di posta, quelle utilizzate dai pony express) vero e proprio aprì nel 1874, ovvero dopo la Guerra Civile americana, anni dopo il 1861, in cui è ambientata la serie televisiva, quindi si tratta di una "licenza poetica" se così vogliamo definirla...

Nel 1886 la ferrovia arrivò a mezzo miglio circa da Sweetwater: l'afflusso di gente aumentò, aiutando la cittadina ad espandersi, salvo poi essere distrutta quasi del tutto da un tornado particolarmente violento nel 1890.

Oggi Sweetwater è un microscopico centro abitato in mezzo alle praterie del Nevada. Restano soltanto pochissimi segni della vecchia città dei pionieri, a differenza per esempio di Cody, la città fondata da Buffalo Bill Cody, che ha preservato gli antichi edifici in una zona ora definita la "Cody storica", e che permette ancora ai turisti di passeggiare in mezzo a case e negozi in legno, con le piattaforme e le vecchie insegne forse non proprio restaurate alla perfezione, ma che proprio per questo riescono a trasmettere emozioni uniche.

Pur non sapendo quindi con certezza se I ragazzi della prateria fosse ambientato proprio nella Sweetwater che si trova nella Contea di Buffalo, lasciamo qui come riferimento alcuni video della cittadina ricostruita tratti proprio dalla serie televisiva.


(Qui sono visibili il negozio del sarto, Main Street, l'esterno dell'ufficio dello sceriffo Sam Caine e alcuni dei personaggi, da Emma Shannon ai corrieri.)



(La stazione di posta di Sweetwater, l'interno dell'ufficio dello sceriffo, l'esterno dell'emporio, un duello finito male su Main Street.)


(Un fanvid che mostra molte scene di Sweetwater, della stazione di posta, dei corrieri e dello sceriffo durante una delle loro scorribande.)


domenica 7 ottobre 2012

National Geographic Agosto 2012




 Se aveste ancora la possibilità di reperire il National Geographic del mese di Agosto (2012), segnaliamo nella versione italiana uno speciale molto interessante, lo "Spirito dei Sioux - All'ombra di Wounded Knee" (Qui il link al sito ufficiale). Ho personalmnente letto la versione americana, che dedica molto più spazio ai nativi sin dalla copertina, ma più o meno è simile a quella italiana, che invece hanno acquistato i nostri iscritti.

Lo speciale racconta in modo a volte crudo ed estremamente onesto le contraddizioni dei nativi americani oggi. Le cicatrici che ancora li segnano, a partire dal massacro di Wounded Knee alla segregazione nelle riserve, oggi diventate luoghi dove si registrano tassi di alcolismo e suicidi altissimi, alla difficoltà di trovare spazio nella società moderna.


Vale assolutamente la pena di ordinarlo in edicola!